La Quercia che tutti ignorano: Farnia

Tutti noi siamo portati a osservare la maestosità di un albero. Se ha le ghiande, le foglie frastagliate, un massiccio fusto e una chioma maestosa sappiamo subito riconoscerlo come una quercia. In realtà il nome quercia identifica un genere, un raggruppamento di specie differenti fra loro ma imparentati, dei cugini insomma. Un paragone nel mondo animale potrebbe essere: il cane, la volpe, il lupo. Nomi di “specie-cugine” all’interno dello stesso genere canide. Ecco, quindi, che si ha bisogno di collegare un nome al “cognome” quercia. I più comuni sono il rovere, celebre per le botti ricavate dal suo legno pregiato e spesso ricercato per contenere il preziosissimo vino cotto; la roverella, comunissima nella nostra terra di marca, ricercata fino a qualche decennio fa per le imbarcazioni e il mobilio; il cerro, famoso per le molte località che ne hanno assunto il nome (Cerreto di Montegiorgio ne è un esempio), la cui ghianda è una leccornìa per i maiali d’allevamento; il leccio, dalle forme cangianti in base all’habitat, alto e slanciato come di vedetta; e ancora la misteriosa farnia.

Il nome tassonomico, Quercus robur, immediatamente ci fa risaltare come Linneo avesse chiaro in mente che la farnia fosse la quercia per eccellenza. Robur in latino classico significa rovere, albero nodoso. La farnia è la quercia più diffusa in Europa così come in Italia. Ma nelle Marche? Essendo un albero delle grandi pianure alluvionali, la farnia nel corso delle ere è stata sostituita dai cicli naturali e dall’azione dell’uomo dalle cugine più adattabili al mondo collinare e pede-montano. Quindi è un esemplare raro da incontrare. Come guida naturalistica ho spesso modo di cimentarmi in percorsi innovativi, con gli amici dell’associazione Antichi Sentieri Nuovi Cammini. Questo mi permette di osservare la nostra terra da un punto di vista privilegiato. In una di queste esplorazioni ho incontrato un boschetto di farnie. Dapprima incredulo, ho inviato la foto delle foglie e della corteccia a degli attenti naturalisti con più esperienza di me. Non vi erano dubbi. La misteriosa farnia si è mostrata. Il luogo è di per sé uno scrigno di tradizione. Il torrente Salino, le sue antichissime estrazioni di sale, le leggende di Enea e della Sibilla (raccontate da Adolfo nel suo libro “Parole di Pietra Parole di Carne” edito da Albero Niro), le terme di fine XIX secolo, la Gendarmeria Vaticana, la Camera Apostolica tramutata in caserma della Finanza, i Briganti e la loro resistenza e molto altro. Dove poteva nascondersi se non qui? Dove un’antichissima maestosità delle antiche pianure antidiluviane poteva restare in vita se non con la Sibilla e la tradizione dell’ospitalità sacra? Impariamo insieme a distinguere le querce e magari Barbalbero e gli Ent di tolkeniana memoria torneranno a parlarci.

Emanuele Luciani

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