Xanto e Balìo, i cavalli divini di Achille

Il primo articolo di una rubrica tutta dedicata ai cavalli famosi nella storia e nella letteratura.
de Chirico

Il fiume Tenna ha caratterizzato la storia e la vita dei popoli marchigiani, seguendo l’impluvio si snoda, dalla foce alla sorgente del fiume: l’Ippovia del Tenna. Un itinerario naturalistico, storico, ma anche artistico e letterario.

La passione e l’amore che il gruppo operativo emana e diffonde, mi ha acceso l’ardore di dedicare un’intera rubrica, con cadenza settimanale, dedicata ai grandi cavalli che la storia ci ha tramandato. Ecco il primo approfondimento dedicato a Xanto e Balìo.

Nove lunghi anni di battaglia sotto le mura della temibile città di Troia, gesta eroiche e atroci atti sanguinari si sono susseguiti in quella che fu, senza ombra di dubbio, la guerra che cambiò totalmente l’assetto geo-politico del vicino oriente antico e del mediterraneo orientale.

I troiani, famosi allevatori di cavalli e popolo dai fiorenti mercati, ha alleati in tutto l’ecumene a loro contemporaneo. Paride il più piccolo dei 100 figli di re Priamo, rapisce la regina Elena moglie di Menelao re di Sparta e fratello del re Agamennone, considerato il simbolo della federazione delle città stato della Grecia arcaica. Siamo sul finire di quella che chiamiamo età del bronzo, a cavallo del XIII e XII secolo avanti Cristo.

Questa è l’età degli eroi, in cui le divinità dell’Olimpo interagiscono in maniera costante con la vita dell’uomo, tanto che saranno molti, in entrambi gli schieramenti, le semi-divinità, ovvero figli di una divinità con un uomo o una donna umana. Fra questi il figlio di Pelèo re dei Mirimidoni in Tessaglia e Teti figlia del “vecchio del mare: Nereo.

Posidone, re del mare, portò come dono di nozze alla “sua” nereide due cavalli: Xanto e Balìo, anche loro immortali e per concessione di Era potevano anche scegliere di parlare. Questi due supermi equini erano figlio del dio Zèfiro (vento di ponente) e dell’arpìa Podrage.

Veniamo a conoscenza di questi due imponenti cavalli grazie all’aedo Omero, il cieco cantore, che per primo ha scritto intorno al X secolo a. C. gli antichi versi trasmessi fino ad allora oralmente, i celeberrimi poemi: Iliade e Odissea.

Già dai nomi osserviamo delle caratteristiche morfologiche ancora oggi molto apprezzate e comunemente usate. Balìo-pezzato, Xanto-fulvo/baio

I due immortali equini erano quindi un dono al re Pelèo che a sua volta lasciò in eredità al figlio Achille, quando, oramai troppo anziano per la guerra, lasciò partire l’erede al trono. Essi erano custoditi e allenati dal fedele Automedonte, che ritroviamo in battaglia come cocchiere. La cavalleria esisteva già, ma aveva altre funzioni, non ci dobbiamo immaginare le cariche dei film hollywoodiani, ma la presenza nell’esercito dei carri da guerra è fondamentale per le strategie belliche.

carro da guerra etrusco (fonte wikipedia)

Invenzione propria del popolo Ittitta è l’emblema della casta guerriera aristocratica di tutto l’impero anatolico, sbaraglierà le fila del possente esercito egiziano, fino a quando, tutti i popoli del mediterraneo (Piceni inclusi), impararono la loro straordinaria funzione strategica.

Xanto e Balìo quindi erano sempre insieme, aggiogati al carro, guidati dal fedele Automedonte, ma in realtà fieri e liberi, scelgono di avere tale funzione.

Questi, dunque, per lui strinse al giogo i veloci cavalli,

Xanto e Ballo, che al pari correvan col soffio dei venti:

Iliade canto XVII

Subito dopo la morte di Patroclo, i cavalli di Achille
restano immobili in mezzo alla mischia e piangono
il loro auriga. Non servono le parole dolci o le minacce di Automedonte: Xanto e Balio non vogliono più ritornare alle navi greche né combattere sul campo al fianco degli Achei. Con il capo reclinato e le criniere sciolte che sfiorano il suolo, somigliano ad una stele funebre. Sono immobili. Tutta la loro vitalità è concentrata negli occhi, da cui sgorgano lacrime ardenti, nelle criniere che, sfuggite al collare ed animate da un’impercettibile vitalità, toccano la terra, insozzandosi di polvere.

Furon loro a portare Patroclo in battaglia, loro a tornare senza l’amico fidato di Achille, loro ad essere rimbrottati dal piè veloce e loro a portare l’eroe in battaglia contro il rivale Ettore.

Così Achille, vestito con le nuove armi forgiate per lui dal dio Efesto, invita i suoi cari Xanto e Balìo a non trascurare la vita di Automedonte come hanno fatto con Patroclo e Baio, ispirato da Era, risponde:

“E Baio a lui rispose, corsiere veloce, dal giogo,
sùbito giù chinando la testa; e di sotto il collare
tutta la chioma s’effuse dal giogo, sfiorando la terra:
ch’ Era gli die’ favella, la Diva dall’omero bianco:
n Certo, anche adesso te salveremo, divino Pelide;
ma t’è vicino il giorno che devi morire; e la colpa
noi non abbiamo, ma un Dio ben grande, e la Parca possente.
Non per la nostra lentezza, non già perché fossimo pigri
tolsero l’armi dal corpo di Pàtroclo i Teucri guerrieri:
un Nume fu, fra tutti possente, il figliuol di Latona,
quei che l’ uccise in campo, che ad Ettore diede la gloria.
Correre noi potremo coi soffi di Zefiro a pari,
che più leggero è di tutti, si dice; ma pure è destino
che tu cada trafitto, per opra d’un uomo e d’un Nume ». (Iliade canto XIX)

Il poema prosegue ancora per per 5 canti, voglio però soffermarmi su un particolare.

Un terzo cavallo era in possesso del semi-dio Achille, un cavallo mortale, preso come trofeo di guerra dal nemico Eezione: Pèdaso. Un destriero più veloce degli altri (esclusi gli immortali Xanto e Balìo), un quadrupede che richiama il borgo a noi tanto caro nella nostra provincia di Fermo, Pedaso appunto

“Dopo di lui, vibrò Sarpèdone il colpo; e non còlse
Pàtroclo l’asta fulgente, ma Pèdaso giunse, il corsiere,
sopra la spalla destra. Die’ un urlo, esalando la vita” (Iliade canto XVI)

Emanuele Luciani

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